In relazione alle pratiche di SEO (Search Engine Optimization) si sente spesso parlare di bad-optimization, cioè di errori di ottimizzazione. Fare attività di ottimizzazione significa migliorare l’indicizzazione del proprio sito nei motori di ricerca, facilitare l’attività degli spider e anche migliorare l’esperienza di navigazione degli utenti che accedono alle pagine web. Tra queste attività bisogna distinguere quelle consentite dalla netiquette di internet che si definiscono “white hat” da quelle “black hat”, cioè non consentite e considerate “spamgine”, cioè spamming verso i motori di ricerca; l’esempio classico di spamgine è l’utilizzo di testo dello stesso colore di fondo della pagina web che non viene visualizzato da chi naviga ma che è inserito per “imbrogliare” lo spider del motore di ricerca.
Queste attività “illegali” sono però facilmente rilevate ed il rischio è quello di vedersi assegnato uno scarso livello di posizionamento se non addirittura "insabbiamento” (posizionamento in standby).
Cerchiamo di analizzare la questione considerando le attività lecite e partendo da un dato di fatto relativo a Google, a tutto oggi il motore di ricerca per eccellenza nonché la più grande “ricevitoria” di visitatori on line. Molti siti che fino a poco tempo fa erano ben posizionati sulle pagine di Google hanno subito importanti declassazioni e penalizzazioni. Che cosa è successo a questi siti? Una prima considerazione riguarda la keyword density, ossia la frequenza di una keyword o keyfrase all’interno di una pagina web e la sua rispondenza in riferimento a quanto dichiarato nel “metatag keyword”. Per semplificare: se la parola chiave ricercata è “scarpe in pelle”, una pagina web sarà meglio posizionata, rispetto ad un’altra (a parità di fattori), se al suo interno conterrà un certo numero di volte la frase “scarpe in pelle”, ossia una percentuale tale che possa far parlare di “giusta frequenza” o di “senso” del contenuto. Non è dato sapere quale sia la percentuale esatta perché questi fattori sono parte segreta degli algoritmi che governano un motore di ricerca, possiamo ipotizzare che un giusto equilibrio sia tra il 5 ed il 7% anche se alcuni indicano percentuali superiori. Quindi è plausibile che pagine che contengano un eccessivo numero di keyword (tolte preposizioni, articoli, avverbi) siano considerate innaturali e vengano penalizzate, e questo è un tipico caso di bad optimization.
Una seconda considerazione riguarda l’“inbound linking” (tipico di Google), e cioè a parità di fattori on page (che riguardano la pagina web ed il suo contenuto), vengono posizionati meglio quei siti che sono più linkati (in termini di quantità) e linkati da siti già considerati 'validi', quindi attendibili e che siano attinenti con i contenuti del sito linkato (requisito di qualità).
Questi link non devono però apparire agli spider come “artificiali”; ad esempio: se un sito appena messo on line o comunque appena indicizzato da un motore di ricerca, registra un’impennata improvvisa dei link in entrata (inbound link), è probabile che questo venga visto come “attività artificiale”. Il linking e/o il crosslinking “naturali”, cioè considerati validi, richiedono di solito molto tempo perché inizialmente sono pochi i siti disposti a linkarne altri, specie se appena nati e privi di storia. Inoltre la ripetitività di link identici all’interno dello stesso sito web non viene ben digerito dagli spider se poi i link arrivano da siti con le stesse caratteristiche (codice html identico o simile, stessa classe di IP o addirittura medesimo IP) il guaio è fatto; e questo rappresenta un’altro tipico caso di bad optimization.
Certo si può riflettere sul fatto che la quantità e la qualità dei link non siano così determinanti per giudicare se un sito sia migliore di un’altro, considerazione d’altro canto ben condivisa da tutto il mondo web. Forse la risposta giusta ce la daranno i motori di ricerca del prossimo futuro.
L'importanza degli internal link
I motori di ricerca, Google in primis, non valutano però solo i link esterni ma prestano attenzione anche agli internal link, cioè ai link di collegamento tra le pagine di uno stesso sito. Di fatto Google premia i siti che sono facilmente navigabili. Ad esempio una pagina web che non presenta un link alla home page del sito è una pagina considerata da Google poco 'usabile' e per questo verrà posizionata in un rank inferiore rispetto ad un sito che invece ha tutte le pagine linkate alla propria home page.

